29 gennaio 2014

A koala-tea post: Definirsi. Accettarsi. Etichette.

Definirsi. Accettarsi. Etichette.
Tre parole che condizionano la nostra esistenza più di quanto possiamo immaginare.

 
Vi invito a spendere tredici minuti della vostra vita per vedere questa conferenza di Lizzie Velasquez. Saranno tredici minuti della vostra vita ben spesi.
Quando vedi un video del genere, quello che devi fare è smettere di parlare in maniera semplice e buonista e metterti in gioco. Devi scavare, devi martellare, devi scendere nel fango. Nessun messaggio arriva a destinazione se non ci fa dubitare di noi, se non ci fa porre domande su noi stessi.

E così ho cercato di rispondere alla domanda riguardo a cosa mi definisse. Mi sono resa conto che nella mia - per ora breve - vita ho cercato e trovato diverse etichette per definirmi nel corso del tempo.


Ricordo in modo nitido una cosa che mi fu detta da mia madre quando ero molto piccola: non essere mediocre, mai nella tua vita, non essere mai mediocre. Ai tempi non avevo una definizione precisa di cosa volesse dire essere mediocri, ma sentivo che la chiave per essere "di più" fosse aspirare a qualcosa di grande. Nonostante le incomprensioni che io e lei abbiamo avuto nel corso della mia crescita, mia madre mi ha sempre trasmesso la più sincera convinzione che avrei potuto essere e diventare tutto ciò che desideravo. Che non c'erano impedimenti in me per essere ciò che volevo essere.
Finché sono stata una bambina era semplice guardare in alto. Era come guardare le nuvole e pensare che c'è tutto il tempo del mondo per prendere una scala e raggiungerle. Non c'è l'ansia, non c'è il dubbio o la delusione. O la paura di scivolare a metà strada.
I problemi iniziarono quando il mio corpo decise di cambiare e io mi ritrovai a dover gestire e convivere con qualcosa che non capivo e sentivo come estraneo. Fino a quel momento l'aspetto fisico non era mai stato un elemento importante per definirmi, ma improvvisamente non solo dovetti  scendere a patti con esso, ma dovetti anche prendere atto che quello che vedevo non mi piaceva. E nemmeno gli altri lo capivano e lo apprezzavano.
Ricordo che alle medie un giorno scoprii che i ragazzini della classe avevano fatto la classica lista sulle ragazzine brutte/belle della classe. Ricordo che se non ero la più brutta, forse ero la penultima ma la sostanza non cambiava. Quello che ricordo con più stupore non era la situazione in sé, l'idiozia di chi cerca di classificare cosa è giusto e cosa è sbagliato, quanto il fatto che io me lo aspettassi e non ci rimasi nemmeno particolarmente male. Era come se io stessa mi fossi definita a priori come brutta e semplicemente fosse ovvio che anche gli altri lo vedessero, lo percepissero. Fondamentalmente ero ancora una bambina e lavoravo per categorie nette: dato che non potevo essere quella carina, di questo ero sicura, potevo essere almeno quella intelligente. Sebbene non fosse facile essere quella che andava bene a scuola a livello di popolarità, mi sembrava di essere a posto in un certo senso. Sistemata, schematizzata. Ero quella intelligente, ero la più intelligente. E questo mi faceva stare bene con me stessa.
Arrivata al liceo, le poche certezze che avevo crollarono. Scelsi quello che - a posteriori - è un campo che mi compete poco, perché per quanto io abbia una mente con una impronta scientifica, di sicuro non sono una donna di scienza. I voti diventarono sufficienti, buoni, di sicuro non ottimi, e io mi sentii sprofondare in quella "mediocrità" che agiva sulla mia mente come il peggiore degli spauracchi.
Fu a quel punto che iniziai a leggere in modo assiduo, libri che a volte (ma segretamente) faticavo a capire. Se non potevo essere quella carina o quella con i buoni voti o quella intelligente, volevo essere almeno quella che leggeva, quella colta. A posteriori sembravo una parodia della utente media di tumblr ante litteram. Ma ai tempi ne avevo bisogno: avevo bisogno di una etichetta che mi dicesse chi ero, cosa facevo, di cosa avevo bisogno. E lavoravo per esclusione.
Sperimentai anche l'etichetta "fidanzata di", ma mi stava terribilmente stretta. Non la relazione in sé, non il tipo di legame. Semplicemente capii presto che non ero il tipo di persona che riesce a trovare una propria dimensione solo e soltanto attraverso una persona accanto a sé. Il mio IO veniva prima, e andava definito il modo autonomo. Mi servivano altre etichette, altre definizioni.


A un certo punto, dopo aver passato uno degli anni più difficili della mia vita, decisi che ero stufa di forzarmi ad accettare una versione di me che non m davano soddisfazione e di creare definizioni posticce per potermi accettare e per trovare uno spazio nel mondo. Mi dissi che se potevo cambiare o migliorare qualcosa di me, dovevo farlo. E una volta eliminato ciò che non mi piaceva e potevo cambiare, sarebbe rimasto quel nucleo, quella "pura Alessandra" che avrei dovuto semplicemente accettare così com'era. Ma mi sembrava che a quel punto sarebbe stato più semplice perché almeno avrei avuto la stima di me stessa, come una persona che ci prova ad essere ciò che vuole essere.
In quel momento, con la maturità, il cinismo e il realismo che mi sussurravano che le nuvole sono di fatto irraggiungibili, mi sembrò che prendere una scala e salire finché potevo per guardarle più da vicino fosse comunque realizzabile.

La storia si conclude così, per ora. Decidere di cambiare è un passo importante, ma non finisce in quel momento e sento di dover lavorare ancora molto su me stessa e sulla mia persona.
Di tanto in tanto torno ad avere bisogno delle definizioni. Quando sto male, mi danno certezza. Quando mi sento insicura, mi aiutano a ricordare chi sono. Ma cerco di focalizzarmi su quello che sento di fare bene, su quello che so di fare bene. Ho smesso di pretendere troppo da me in campi che non mi competono (e comunque di tanto in tanto fallisco miseramente) e ho iniziato a pretendere da me dove so che posso dare molto. E ho smesso di andare per esclusione in modo così netto, perché Alessandra può essere una bella ragazza, anche se non è la più bella o la più perfetta, e può essere intelligente anche se non è la più intelligente. E un brutto voto non intacca la sua testa e un commento sul fatto che il suo fisico non sia perfetto non la rende meno bella.
Soprattutto, ho smesso di definirmi secondo quello che gli altri vedevano in me e ho smesso di vedermi con i loro occhi. Perché gli unici occhi che volevo mi guardassero per quella che ero, gli unici occhi dai quali volevo vedermi accettata completamente erano i miei.


Dopo un passato in cui mi sono definita brutta senza se e senza ma, un passato di cui ancora fatico a guardare le foto, mi sembra un grande risultato essermi messa in gioco con questo blog. E ritengo una grande fortuna, dopo anni a peregrinare, aver trovato qualcosa che amo fare e che sono brava a fare nella vita (ricordo quando ho pensato: "ciò che amo ha un nome, voglio fare questo da grande").
Ora, quando ho bisogno di definire me stessa, guardo queste cose, questi piccoli successi per cercare di costruirne uno più grande.
Ma sono consapevole che sia solo l'inizio di un lungo percorso. 

29 commenti :

  1. Che post bellissimo Ale. Grazie di averlo scritto e di avercelo fatto leggere.

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  2. Davvero una bella riflessione. I nostri peggior nemici siamo noi stessi; solo con tanta costanza e forza di volontà si ottengono progressi! Ma non è così facile come sembra! :)
    Secondo il mio modestissimo parere, con questo blog tu hai già raggiunto un tuo piccolo traguardo! Hai una schiera di lettrici che non si perde neanche una parola di quello che scrivi! (me compresa!) :)

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  3. Hai espresso molto bene un esperienza che accomuna molte persone. Io stessa mi rivedo nelle tue parole. Se posso esprimere un mio parere personale, non del tutto pertinente con il tuo post, quello che secondo me "ci rovina" è che siamo state cresciute in una società dove tutti sono convinti di essere speciali, di avere potenzialità enormi. Anche mia madre diceva sempre che sarei diventata importante, che avrei potuto fare grandi cose nella vita, che avrei trovato il campo in cui eccellevo. Siamo tutti cresciuti con l'idea di essere unici e vincenti. Siamo una generazione di futuri dottoroni megaspecializzati, artisti geniali, donne bellissime e perfette ecc...ma tutto nella nostra mente perchè non tutti possono essere dei "vincitori". Nella realtà esistono molte persone "mediocri" ma in senso buono! Persone che riescono ad adattarsi a diverse situazioni anche se non eccellono mai. E' forse così terribile?

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    1. La penso simili a Diana. Ovvero, non sono bella o alta e non lo saro' mai. Si, ero molto brava in inglese alle superiori, ma ho fatto lavori diversi che con l'inglese non centravano nulla. La vita fluttua è in continuo movimento, a volte pure ci sorprende, togliendo le "definizioni" che ci mettiamo, dandocene altre che vorremmo o pure no. Vedi Giuliana, la blogger. A 18 anni mica sapeva che avrebbe sposato un americano, fatto 2 figli e aperto un canale youtube. Magari sognava di abitare in Francia e diventare pittrice (esempio a caso), invece la vita proprio ci sorprende !!! ci frega, ci aiuta. Magari ci fossero sempre schemi fissi, sarebbe piu' bello e piu' facile.

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    2. Takiko la tua visione di mediocrità ha perfettamente senso!!!Ovviamente io mi riferivo a mediocrità nel senso più superficiale. Riguardo al fatto che bisogna impegnarsi e fare il meglio che si può sono perfettamente d'accordo con te anche se il pericolo (se si esagera) è quello di sfociare nella insoddisfazione perenne o nel porsi limiti sempre troppo alti e non accontentarsi mai (ma in senso negativo) . Secondo me bisogna trovare una mediazione fra l'accontentarsi sempre e il porsi strenuamente e senza pietà nuovi risultati portandoci all' esasperazione.

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    3. A dire il vero credo che il problema è che siamo cresciuti con l'idea CHE DOBBIAMO essere perfetti, non che possiamo esserlo. Che non lo siamo ancora, per questo devono venderci creme, il CEPU, il master, il trattamento in spa o in palestra, il vestito giusto e l'occhiale giusto... Ma che siamo tenuti ad essere perfetti. La verità al contrario che è nella maggior parte dei casi siamo insicuri (di tutto o solo in parte), e per niente convinti di poter ottenere ciò che vogliamo così ci facciamo influenzare quando ci viene detto "questo ti rende giusto, questo ti rende sbagliato".

      Non credo che siamo nati tutti con l'idea di essere nati giusti e vincenti. Ho un sacco di persone intorno a me cresciute con l'idea di essere dei falliti, a causa di genitori che già a priori ti etichettavano come "quello che non può" (di solito c'erano pure fratelli di mezzo). Alcuni tirano fuori un senso di rivalsa, altri si "crogiolano" ne fatto che tanto non potranno mai...

      Sulla mediocrità... A un certo punto ho capito che la mediocrità non era data dal il tipo di lavoro che facevi, il potere che avevi, i soldi che avevi. Ma dal modo in cui facevi il tuo lavoro, nel modo in cui gestivi il tuo potere - per quanto potesse anche essere infinitesimale, nel modo in cui gestivi il tuo denaro etc... Con questa visione, la mediocrità è un peccato per cui non assolvo nessuno. Non nasciamo tutti scienziati, calciatori, presidenti della repubblica, ma tutti nasciamo potendo fare meglio. Se non si fa meglio e si decide di "sguazzare" nel "sufficiente", per me si sbaglia. Che uno sia un famoso economista o un semplice operaio. Mia madre fa la cassiera part time. E' una delle persone che stimo di più e che più percepisco lontano dalla mediocrità. In compenso, all'università, tra cattedre e stipendi da favola, di gente mediocre me ho vista tantissima.
      In questo senso, non esistono i vincitori e i vinti. Esiste solo chi si arrende e chi si arrende non è chi va a fare l'operaio piuttosto che il professore all'università nella mia ottica.

      Per il resto, la mia visione di cosa sia la mediocrità e cosa sia il X medio è molto personale e forse un po' "nazistica", quindi spero il discorso possa cadere o proseguire in serenità...

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  4. Mi son tornate in mente un sacco di cose leggendo questo post, un sacco di cose brutte.
    Non so che dire, so solo che non mi definisco molto bene.

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  5. Tutte abbiamo vissuto qualcosa di simile sulla nostra pelle e mi sono rivista un sacco nel post. Per fortuna con l'andare degli anni capisci che non eri invece niente male e quelli che pensavi irraggiungibili non erano niente di che.
    Così ho iniziato a volermi molto più bene e a fare pace col rosso. Ora mi chiamano "la signora dei rossi" :D

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  6. Bello. Leggerlo è stato toccante e credo che in tanti dovrebbero fermarsi a riflettere così ogni tanto. Grazie!

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  7. Questo post càpita in un periodo strano della mia vita, e inevitabilmente mi porta a un fiume in piena di pensieri che non saprei nemmeno mettere per iscritto.
    So solo che mi sono sempre sentita mediocre, anche quando ho raggiunto i miei traguardi - quelli di tutti: entrare nel corso di laurea che volevo, laurearmi, bah - e adesso che passo le mie giornate senza capire chi sono o cosa voglio percepisco nettamente quanto io stia sprecando tante possibilità.

    Grazie di questo post, Ale.

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  8. Cara alessandra, grazie! Di questo post mi ha toccata particolarmente la parte in cui dici:

    "ho smesso di definirmi secondo quello che gli altri vedevano in me e ho smesso di vedermi con i loro occhi. Perché gli unici occhi che volevo mi guardassero per quella che ero, gli unici occhi dai quali volevo vedermi accettata completamente erano i miei."

    Eccola, la libertà.....la MIA libertà!! è stata dura acquisirla, a volte è difficile da mantenere, ma come è bella! come è pura! Forse pecco di superbia quando penso di essere speciale, ma io sento di esserlo. Anche se potrebbero esserci milioni di altre persone con la stessa mia sfumatura di sensibilità. Parafrasando un mio..."amico": "in questa immensità s'annega il pensier mio/ e il naufragar m'è dolce in questo mare".

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  9. Mi è piaciuta tantissimo la tua frase "perché almeno avrei avuto la stima di me stessa"... è verissimo. Mettersi in gioco è una sfida che tante persone evitano di fare per tutta la vita, ma è una cosa fondamentale per sentirsi bene con se stessi ed essere delle persone felici anche nei confronti della vita. Scrivere un blog può sembrare una cavolata ma è qualcosa che ti arricchisce in questo senso sicuramente... me ne rendo conto anche se lo sto facendo da poco.
    È molto bello che tu condivida riflessioni simili nel tuo spazio :)

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  10. Leggere questo post mi ha fatto tornare alla mente tanti pensieri e tanti ricordi più e meno brutti. Mi trovo concorde con molto di quanto hai scritto tu e con i commenti di GoldenVi0let e VanityNerd. Sono stata etichettata spesso come brutta in più fasi della mia vita, ma quelle che ricordo di più sono quelle dell'adolescenza, dai 14 ai 17-18 anni..brutta per il mio corpo un po' grassottello e con il quale continuo a non avere un buon rapporto, brutta perché i miei ormoni (qnd ancora non sapevo fossero loro i colpevoli) mi facevano spuntare più peluria facciale del "normale" e anche se i voti erano ottimi, fino alle medie, non mi sono mai sentita davvero bene con me stessa e non sono mai riuscita a definirmi. Poi il liceo in cui la prima etichetta ritorna e i voti iniziano a calare, tu hai trovato rifugio nella lettura io, purtroppo, nella sigaretta. Quella cosa mi faceva sentire in pace con il mondo, sembrava l'unica in grado di ascoltarmi senza giudicarmi. Liceo finito scappo dall'altra parte dell'Italia perché non ho paura di lasciare casa e trovo il primo ragazzo che mi prende in giro. Poco dopo, i 20 anni mi fanno conoscere l'uomo della mia vita, colui che valorizza ogni mia caratteristica e che riesce a farmi credere in me, a convincermi che sono brava e bella anch'io e dopo la triennale in cui ho fatto a pugni con il mondo arriva il 110 e lode della magistrale e mi sento finalmente bene. Sono IO, ho raggiunto l'obiettivo che sembrava facile per tutti tranne per me e ce l'ho fatta grazie a qualcuno che mi ha fatto credere in me, piangendo e sbattendo la testa sul muro tante volte ma solo per farmi crescere e sono contenta che sia andata così. Però ora? Che faccio, chi sono? Questo post capita nel momento giusto perché proprio stamattina ho pensato che voglio riprendere in mano il blog, voglio imparare a maneggiare meglio i vari social e wordpress e InDesign e tutto quello che mi interessa e che gira intorno alle digitalhumanities. Se non sono io la prima a crederci e ad impegnarmi come posso pensare di convincere un'altra persona a puntare su di me per un lavoro?!
    Ho deciso che da oggi cambio atteggiamento, o almeno ci sto provando da questa mattina. Se ho aperto un blog è perché mi piace scrivere; se la passione c'è ancora perché lasciarlo lì a vegetare?! L'ho aperto l'anno scorso, quando ero sola e lontana da tutto e tutti, scrivendo lì, in quel posto lontano, la maggior parte dei post. Ora che sono tornata "a casa" che faccio? mollo tutto? Non posso, non me lo merito!
    Grazie Takiko!

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  11. A me il video ha colpito ma ha colpito di più questo: "Era come se io stessa mi fossi definita a priori come brutta e semplicemente fosse ovvio che anche gli altri lo vedessero, lo percepissero" Quanto è vero, quanto me lo sono sentita vero.

    E mi sono trovata l'etichettche mi sono data, almeno fino a 6 anni fa, e forse ancra adesso, no ero quella brutta, e nemmeno quella grassa (o non la più grassa), non ero quella intelligente, ma solo brava in matematica. Io ero quella brava, la brava amia, la brava ragazza, quella che ti aiuta sempre, ed ancora è una cosa che mi destabilizza se gli altri non mi vedono così. E non va bene, perchè non devo sempre essere quello, non a discapito di quello che voglio.

    Il mio anno di svolta è stato il 2007, l'anno in cui ho proprio smesso di volere che gli altri mi definissero con un'etichetta perchè io potevo fare tante cose, e quell'anno ho fatto delle cose apposta per capire quali etichette volevo ed erano mie e quali no, e ho dovuto ridimensionare delle amicizie per questo, ma ne è valsa la pena. Perchè non c'è niente di peggio che avere a fianco qualcuno che cerca con forza di spingerti in un certo quadro ben definito, impedendoti di crescere.

    Mi sa che prendo ispirazione dal tuo e ci faccio un post anche io su questo video.

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  12. Bello quello che hai scelto di condividere con chi ti legge. Bello, onesto e cristallino. Anche io sto lottando per affermare chi sono, cercando di non cedere più alla me stessa che si dice sei brutta, incapace, non vali nulla. Si va a fatica, ma si va.

    Un abbraccio

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  13. Questo post è come una fitta chiaccherata tra amiche. Come se fossimo, che ne so, in un bar a bere una cioccolata calda, in un freddo pomeriggio (libero) d'inverno. Mi tornano in mente tante cose, esperienze simili, molto simili. Tra l'altro proprio oggi che ricordo la morte di una delle persone che ho amato e ammirato di più nella mia vita: mia nonna.
    Fino a parte della mia infanzia ho sempre saputo chi ero, cosa volevo. Non perchè i miei mi avessero messo al centro del mondo (sono figlia unica, ma soprattutto mia madre ha vissuto il complesso del "NON VIZIARE TUA FIGLIA") ma perchè io lo sapevo già: sapevo come volevo vestirmi, quali scarpe mi piacevano, quale colore era il mio colore, come giocare, cosa inventarmi...Poi arriva la malattia di mia madre (che durerà 2 anni) e lì (a 8 anni) la mia infanzia finisce. Per colpa di nessuna, tranne che mia. Io ho deciso che da quel momento dovevo smettere di essere spensieratamente bambina. Ho iniziato a soffocare lentamente, per non rompere a nessuno. Ho smesso di pensare a me, non solo nel più egoistico dei modi, ma anche nel modo più sano, cioè ai miei desideri, alle mie aspirazioni profonde. Ero una ballerina promettente e di talento? Si (onestamente si, senza falsa modestia), ma andando avanti avrei dovuto fare delle scelte importanti, che avrebbero comportato grossi sacrifici economici per i miei. Quindi..smisi (in 4 ginnasio). Io e il mio essere donna? Ignorato, ignorato alla grande e soffocato pure. Pochi anni fa ho capito che il mio mortificarmi sotto strati e strati di maglioni informi (che mi facevano comunque soffrire, perchè la parte vanesia di me voleva venire fuori, essere guardata e si chiedeva perchè nessuno guardasse sotto quegli strati di lana e si fermasse solo alla mia arguzia, all'autoironia, alla grinta..) era legato al fatto che non accettavo il mio essere diventata donna. Era presto, non ero pronta. In realtà non era presto, anzi, le mestruazioni mi sono venute a 15 anni, eppure per me era presto. Perchè sentivo di non aver vissuto a pieno l'infanzia, perchè avevo perso troppo presto la mia spensieratezza, perchè i pensieri "adulti" vivevano in me già da un bel po'.. Anch'io, sono stata classificata addirittura la più brutta della classe (in prima superiore), anche se secondo me non era giusto ( e come dargli torto?? Vestivo come un uomo, nascondevo il mio corpo, avevo i capelli legati o corti. A 15 anni o poco più era assurdo che pretendessi ci fossero maschietti che andassero oltre tutto questo)..ma io ero apparentemente inattaccabile e mi giocavo la carta della "simpatia".... All'università inizia la svolta (complice l'aver realizzato di aver SOLO studiato nei 5 anni del liceo, avendo messo da parte la danza e il teatro..), a partire dal cambio del guardaroba, ma è stato un procedimento lentissimo, che ancora non si ferma (ho 37 anni suonati!)....Pian piano ho scoperto il mio corpo (finalmente riuscivo a guardarmi allo specchio senza scappare), quello che lo valorizzava, il trucco....E finalmente quest'estate ho messo il mio primo rossetto rosso (cherry pie di Neve) e per me questo è stato un po' un simbolo, cioè il simbolo che finalmente mi accettavo come donna, come femmina. In questi anni di trasformazione ho conosciuto l'amore, l'infatuazione, la sola attrazione fisica, la delusione, ma sono stati solo una parte del meccanismo di evoluzione, non l'innesco del sistema. E' una cosa che è partita da me e ne vado fiera.
    Scusate se mi sono dilungata, ma questo post lo sento moltissimo...capitemi...
    Gio'

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  14. Mi hai fatto venire alla mente tanti momenti in cui sapevo vedermi solo attraverso gli altri... ho fatto pace con me stessa con fatica e , a volte, mi rendo conto che è una pace armata. Grazie per questo post. Davvero.

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  15. Ti voglio ringraziare per aver condiviso il video, che è davvero commovente onestamente e che farò vedere anche alle mie amiche e a mia madre (che fa l'insegnante, chissà che non decida di farlo vedere ai suoi studenti in piena età della stupidera).
    Ho avuto un'infanzia e un'adolescenza particolari perchè la mia famiglia è stata segnata da numerose malattie, incomprensioni e assenze. Nonostante sapessi che poteva andarmi anche molto peggio, ho sempre sofferto molto di tutte queste situazioni. Nella mia famiglia non l'ha mai saputo nessuno. NESSUNO. Non volevo essere di peso e mi sono tenuta sempre tutto dentro, in pratica vivevo due dimensioni (quella interna e quella esterna) opposte. In aggiunta, non mi è mai stata data nessuna soddisfazione per i traguardi raggiunti, per il semplice fatto che era scontato che li raggiungessi e che, anzi, avrei dovuto fare di più. Non era mai abbastanza. Fuori casa andava pure peggio, non ero un granchè e il mio seno era scarsissimo..puoi immaginare le prese in giro. Avevo paranoie su paranoie, mi sentivo insicura su tutto, avevo paura di esprimere le mie idee ed in generale di fare qualsiasi cosa, anche il gesto più banale. Ero ossessionata dalle opinioni altrui.
    Poi un giorno, non saprei dire quale, qualcosa deve essere cambiato in me. Lentamente, senza che nemmeno me ne accorgessi. Forse ero solo esausta. Sono le nostre scelte a definirci, ogni giorno in ogni momento. Punto. Il parere degli altri è importante perchè bisogna essere consapevoli della realtà che ci circonda, ma non deve essere discriminante per le nostre scelte. Le mie idee e il mio stare bene vengono prima. è così che oggi mi accetto, con tutti i miei difetti, mi vanno bene anche loro. Se mi dessero i soldi per rifarmi il seno non lo farei, non perchè abbia qualcosa in contrario al fatto in sè, ma perchè questo percorso di accettazione è stato così doloroso che accettarmi così come sono la considero la mia vittoria più grande. Grazie del post.

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  16. Io sto vivendo una situazione in cui queste etichette le farei volentieri a pezzi se avessero una forma concreta (tipo targhetta luminosa sopra la testa).. il problema non è ciò che io penso di me, con il tempo mi sono accettata sia esteticamente che caratterialmente (quest'ultima non del tutto lo ammetto).. il problema sono gli altri, quelli che conosco da tanti anni.. per loro sono sempre la stessa, etichettata in un certo modo, nel modo che hanno voluto loro ma in realtà con gli anni si cambia si cresce e francamente mi sono rotta i così detti del "ma tanto la laura è buona" "tanto la Laura dorme" e che cacchio XD la laura è stronza e menefreghista solo che non ha voglia di farvelo sapere U.U

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  17. dopo quello che ho letto e dopo il video la mia testa è forse così al lavoro pensando a quello che ho vissuto e ha quello che significano le parole che le sono appena arrivate che posso solo dirti grazie, perchè è un passo in più per capire dove sto andando e che forse in questo periodo sto cercando quello che non esiste e cioè una etichetta dove rientrare, mentre in realtà è molto più semplice, non esiste nessuna etichetta, solo me stessa..ancora grazie e complimenti per il blog, non solo per come è curato ma soprattutto per quello che significa per te.
    ciao!
    Helena

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  18. Ciao Alessandra, sono capitata per caso nel tuo blog e ne sono rimasta colpita...
    Le tue parole così sincere, scritte con il cuore, mi hanno commossa.
    E' incredibile il percorso che hai fatto per accettarti per come sei realmente, un esempio per molte persone che stanno lottando come hai fatto -e stai facendo- tu!
    Inizierò a seguirti molto volentieri :)

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  19. Non credo sia stato facile per te pubblicare questo post, hai esposto molto coraggio. Ho visto anche il video e anche se la commozione c'è stata, sono contenta di conoscere qualcosa in più.
    Le etichette aiutano a sopravvivere, a rifugiarsi nel vissuto, ma è importante non lasciarsi imprigionare da esse. Ti auguro di crescere ancora di più in questa direzione.
    Un abbraccio.

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  20. Mi rivedo molto nelle tue parole, anch'io ho vissuto delle esperienze simili. Tempo fa ho recuperato un vecchio diario dei tempi delle medie e ho letto una frase che mi ha fatto riflettere: parlavo di un compagno di banco a cui per un periodo avevo fatto da tutor, era molto carino e mi ero presa una cotta. Nel diario riporto una sua frase al termine dell'ennesimo compito che gli feci copiare "ma sì dai, anche tu sei carina". Ricordo ancora che quando mi disse queste parole mi sentii al settimo cielo, come se da questa sua affermazione dipendesse la mia identità, la mia felicità. Quella frase era quasi il mio senso della vita, non ero inutile perché per qualcuno ero carina. Era come se quelle parole mi avessero fatto capire che non ero invisibile agli altri o meglio, che il mio aspetto esteriore non era invisibile. Che al di là dell'intelligenza, dell'altruismo, c'era anche un viso, un corpo. Ripensandoci a distanza di anni, mi coglie una risata amara. Mi sono chiesta tante volte se tornando indietro si sarebbe ripetuta la stessa scena, se avrei vissuto quegli anni con lo stesso stato d'animo ( cioé senza ancora un'identità mia, ma prendendo in prestito quella degli altri) e mi sono data risposta positiva. Credo che fosse mancanza di maturità, normale forse a quell'età. Oggi è diverso, per quanto l'insicurezza faccia parte di me a livello caratteriale, ho imparato a costruirmi una mia identità, non a prendere parti di identità altrui (di quella il bel viso, di quell'altra la bella voce, di quella le forme fisiche) e cucirmele addosso. Ho imparato a non dipendere dagli altri, a non pendere dalla bocca degli altri. Ho imparato che devo essere io a stimarmi, io a piacermi, io a volermi bene, perché non posso ritenermi bella solo perché gli altri pensano che io sia bella. Ho imparato a fregarmene un po' di più del giudizio e delle etichette altrui e si vive molto meglio. Le etichette funzionano anche in senso opposto, ad esempio è da una vita che mi sento dire "ma tanto tu sei brava, ma tanto tu ce la fai sicuro". E mi rendo conto che questo meccanismo ad un certo punto mi ha fatto collassare...Al primo cedimento mi sono sentita una fallita perché io ero quella "che tanto ce la fa, che tanto è sempre brava"....e allora perché questa volta non ero stata brava? Allora per una vita mi è stata detta una falsità, oppure non ero all'altezza di quello che gli altri pensavano che fossi? Insomma, potrei andare avanti ore con questo tipo di meccanismo, spero di aver trasmesso il mio messaggio..io ho imparato ad ignorare molto di più gli altri e ad ascoltare molto di più me stessa..

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  21. questo post mi ha colpito molto,leggendo,mi sono ricordata di alcuni episodi della mia vita molto simili ai tuoi,il dover trovare un mio spazio ma senza essere etichettata,la sofferenza di non venire accettata in una società, in cui spesso c'è spazio solo per la perfezione....mi ha colpito anche uno dei primi commenti,il vero nemico a volte siamo noi...io vivo costantemente nel bivio del potrei fare e poi non faccio per paura...probabilmente questo commento sarà alquanto sconclusionato...ho aperto anche io un blog per cercare di uscire dal mio guscio e per ritrovarmi...

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  22. Grazie per questo post, davvero. Può sembrare un commento lasciato "tanto per", ma la verità è che ha toccato diversi aspetti della mia personalità e della mia storia che non riesco (per ora, forse) a condividere con altri, soprattutto tramite questo account che vorrei restasse il più possibile legato ad emozioni positive.

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  23. Innanzitutto grazie per questi meravigliosi post. Non sempre mi trovi d'accordo con te, ma mi spingi ogni volta a fare un esame di coscienza e credo sia la cosa più importante.

    Sono cresciuta nel terrore della mediocrità, ma fortunatamente non l'ho mai vista come unica alternativa alla perfezione. Sono nata con un grave difetto fisico che avrebbe potuto compromettere la mia capacità di camminare normalmente eppure, ad oggi, in pochi sarebbero in grado di accorgersene. Nell'ora di educazione fisica agli occhi degli altri compagni ero una mediocre atleta, poco importava. Correvo, giocavo a pallavolo, quanti di loro al posto mio ci sarebbero riusciti? Anche per questo ho imparato a fregarmene delle etichette degli altri, e, paradossalmente, me ne sono data una io. Ero quella forte, quella che superava ogni difficoltà, non bellissima ma intelligente, quella che aveva il massimo dei voti ma trovava il tempo di uscire coi ragazzi e giocare ai videogiochi. Ero in pace con me stessa, avevo, nel mio piccolo, raggiunto una sorta di perfezione. E sull'idea del 'posso fare tutto' mi ci sono adagiata per anni, fino a quando la vita non mi ha (in modo piuttosto triste, aggiungerei) dimostrato il contrario. Al momento l'unica definizione che riesco a darmi è quella della fallita. Chi mi conosce mi vede andare avanti e continua a dirmi che non è da tutti superare quello che mi è successo e che continua a succedermi, ma io ho perso la mia etichetta e senza non mi sento più nessuno.
    Ciò detto, non so fino a che punto sia possibile non darsi delle etichette. Come hai detto tu ci danno certezze, ci ricordano chi siamo, ma soprattutto ci permettono di giustificare alcuni fallimenti. Non nego che ora come ora in un bel 'poverina, ne ha passate tante' mi ci rifugerei volentieri.

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  24. Ho aspettato per commentare questo post, nonostante io l'abbia riletto tante volte, perché in questo periodo, quelle che tu chiami etichette e che io chiamo preconcetti mi stanno martellando parecchio.

    Anche io sono cresciuta con tutti intorno che mi dicevano "sei brava, sei intelligente, hai delle doti uniche, puoi fare tutto quello che vuoi". Ciò di cui mi sono resa conta è che queste etichette hanno condizionato la mia vita e le mie scelte, e che se non ci fossero state probabilmente io sarei un'altra persona che farebbe un'altra cosa e che la penserebbe in un altro modo. Per dire, secondo me non avrei fatto l'università. O non avrei scelto il percorso che ho scelto. E forse farei la commessa, ma sarei stata più io. Invece mi sto per laureare fra un po', circondata ancora da persone che continuano a dirmi "sei brava, saresti stata sprecata a non studiare" quando invece all'università mi rendo conto che forse sto nella media, o poco più.
    Il momento in cui ho capito che bisogna liberarsi delle etichette è stato il momento in cui ho capito che le cose della vita vanno prese con più leggerezza, e che se a un esame prendo un voto di merda (come è successo oggi XD) non è perché io sono una persona di merda, o perché non valgo, o perché non ho studiato. Semplicemente perché doveva andare così. Pace. Però vivo meglio ora. Penso sia più importante.

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  25. Bellissimo post. Io ringrazierò fino alla fine dei miei giorni le persone che mi hanno aiutato a scoprire chi sono ma ancora più ringrazio me stessa per essere riuscita a capirmi appieno, per aver trovato una marea di etichette che, in momenti diversi, mi si addicono tutte. Mai essere mediocre...mi piace tantissimo come pensiero...ognuno può fare quello che vuole, ma in quello che si fa cerco sempre di raggiungere l'eccellenza, non quella assoluta ma la MIA eccellenza

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