16 maggio 2014

You, me and the koala. Percorsi universitari.

Qualche giorno fa avevo proposto su facebook una serie di post più "personali" che però potessero avere qualche interesse o qualche utilità. Ho anche fatto una breve lista di temi papabili e ho ottenuto risposte favorevoli in maniera omogenea per ognuno di essi. 
Ho quindi deciso di iniziare con la prima idea che mi era venuta in mente, ovvero quella sul mio percorso accademico-universitario sperando che possa essere utile sia a chi deve ancora decidere sia a chi magari sta vivendo qualche difficoltà.


Il mio percorso universitario si è concluso poco più di un anno fa ed è stato tutt'altro che lineare e semplice. Ci sono stati ripensamenti, cambi di direzione, dubbi... In realtà le idee chiare su cosa avrei voluto fare nella vita non le ho mai avute. Nell'ultimo anno di liceo scientifico (perché inizialmente l'idea era fare il medico!) ricordo di aver cambiato idea su cosa fare almeno due o tre volte. Alla fine, presa dalla passione per il Giappone, un costante sottofondo dei miei ultimi anni di liceo, decisi di iscrivermi a Lingue per studiare lingue orientali. Misi sul piatto sia il giapponese che il cinese, con il secondo che doveva essere l'anima più pratica della scelta. Ci misi nemmeno un anno per capire che due lingue orientali erano troppe per me e a malincuore (letteralmente, ci furono pianti, crisi, di tutto) abbandonai il cinese per dedicarmi unicamente al giapponese. 
Tuttavia, anche tolto lo scoglio del cinese, studiare giapponese si riverò massacrante per il mio povero cervello e per il mio povero cuore perché per me - che sono tedenzialmente emotiva e timida - gli esami orali furono momenti di panico e paura.  Ricordo che alla vigilia del terzo anno - consapevole che avrei dovuto farne anche un quarto - stilavo liste di pro e contro per capire cosa volevo fare di me, se rimanere o lasciare. Alla fine decisi di tenere duro e di concludere almeno quel percorso, assolutamente certa che non avrei proseguito con la magistrale in giapponese.
A posteriori studiare Lingue è stato massacrante, ma allo stesso tempo fondamentale per capire cosa volevo fare dopo. A posteriori non sacrificherei mai quanto fatto - anche se mi è costato un anno di ritardo - per una laurea a Lettere (ricordo per chi non sa come si conclude la storia che la mia magistrale era sotto Lettere). Mi piace vedere il tutto come uno sbaglio di prospettiva: le lingue mi sono sempre piaciute, ma studiarle come mero strumento pratico da assimilare goccia e goccia non faceva per me. Per me le lingue erano un costante "perché?". Perché si dice così? Perché si costruisce la frase in questo modo? La vera illuminazione venne con il mio primo incontro con la linguistica, con un corso che aveva tutt'altro nome. Lo ricordo come l'esame più bello e il percorso di studio più soddisfacente di tutta la triennale. In un certo senso fu come scoprire che ciò che mi piaceva fare aveva un nome, esisteva e soprattutto qualcuno se ne occupava. Fu un errore di prospettiva perché non erano le lingue, era la linguistica. Ma non avrei mai potuto conoscere la linguistica se non avessi fatto lingue.
Alla fine dell'estate del 2009, dopo uno degli avvenimenti più tristi della mia vita che mi lasciò senza alcuna certezza sul futuro, scoprii per caso che nella città in cui studiavo esisteva un corso di laurea magistrale dedicato alla linguistica. Fu come togliersi un collare che stringeva troppo. Piansi, perché finalmente riuscii a riavere una prospettiva per il futuro. A quel punto, concludere la triennale diventò per me solo un passo di distanza tra me e ciò che ormai percepivo come il mio vero percorso.
Purtroppo non fu semplice comunque. L'estate prima della mia laurea cambiarono le regole a metà, decidendo che la sessione straordiaria di gennaio (quella in cui avrei dovuto laurearmi) era esclusa dall'iscrizione alla magistrale in scadenza a dicembre. La conclusione sarebbe stata perdere completamente un anno. Un altro. Se l'estate del 2009 fu difficile per questioni sentimentali, quella del 2010 fu praticamente straziante. Non so dove, tra una crisi e l'altra, trovai la forza (della disperazione) di scrivere tutta la tesi sperando che a settembre il mio relatore l'avrebbe approvata per la sessione di novembre. A settembre la mia tesi fu bocciata senza nemmeno una lettura, ma semplicemente sfogliando la bibliografia (che seguiva però le sue direttive). Mi crollò il mondo addosso. Dopo qualche pianto (non esagero, la mia triennale è stata un lungo grande pianto, letteralmente e metaforicamente parlando), mi misi il cuore in pace all'idea di dover trovare qualcosa da fare nell'anno che avrei perso. Quando le speranze erano ormai nulle, mi venne data la notizia di una sessione straordinaria a dicembre per chi aveva necessità di iscriversi alla magistrale. Riprensi la tesi, la sistemai come mi sembrava meglio e la ripresentai al relatore che - nuovamente senza leggerla - mi disse che poteva andare, ma potevo dire addio alla lode perché il mio lavoro non valeva tanto. Il sollievo non cancellò la delusione. 
Infine mi laureai - finalmente - e la sorpresa fu tanta quando mi venne assegnata la lode lo stesso. Già. L'università è anche questo.
Dall'iscrizione alla magistrale alla fine della stessa... forse è stato il periodo più fortunato e bello della mia vita universitaria. Scoprire che oltre ad amare ciò che facevo ero anche brava è stato meraviglioso. Soprattutto ho avuto la fortuna di conoscere e incontrare persone meravigliose (tra i docenti, con i compagni di corso ho sempre avuto sfortuna XD) che mi hanno aiutata, sostenuta e ispirato a fare di più e fare meglio, in primis il mio (unico e vero) relatore a cui devo tutto ciò che sono e faccio ora. Soprattutto, e due, è stato bello lavorare con gente che aveva stima di ciò che facevo e mi ha lasciato libera di dare un taglio personale al lavoro che ha portato la mia vera tesi, che considero alla stregua di un figlio di cui sono orgogliosa e fiera.
Per scendere nei dettagli, i filoni di ricerca che più mi hanno appassionato (e di cui mi sono occupata in parte) riguardano la lingusitica tipologica e quella cognitiva. La prima si occupa di confrontare le lingue cercando di capire cosa queste abbiano in comune e, laddove le lingue non si comportino allo stesso modo, se ci sia una ratio dietro il loro variare. La seconda parte dal presupposto che la lingua sia una espressione dei nostri processi cognitivi e quindi uno strumeto per poter studiare la mente umana. L'unione di queste due anime della linguistica ha creato interessanti studi su eventuali patter comuni tra le lingue come testimonianze di processi cognitivi universali (esempio: tutte le lingue nei periodi ipotetici, in maniera non marcata, pongono prima la protasi e poi l'apodosi in quando seguono il processo di causa -> effetto).
Ovviamente gli imprevisti non sono finiti, altrimenti non sarei io, che mi chiamo "sfiga" di secondo nome. Quello che c'è stato tra la laurea magistrale e ciò che faccio ora è stato tutt'altro che semplice e lineare, ma è storia troppo recente per essere raccontata con imparzialità ed esula dall'argomento che ci eravamo prefissati all'inizio.



Il primo cosiglio è di non prendere decisioni pensando troppo e troppo spesso a questioni utilitaristiche. L'università è un percorso duro, stressante. Studiare e dedicarsi a qualcosa che non ci appassiona rischia di diventare da alienante a impossibile a seconda della persona. Ricordo che l'approccio di tanti compagni al cinese era di questo tipo: lo studio perché è la lingua del futuro, ci darà un lavoro ecc. A parte che nulla è così semplice e lineare nel mercato del lavoro, il poco rispetto che queste persone avevano per ciò che studiavano era indice della natura stessa dell'errore, che li portò chi prima chi dopo a mollare e andare altrove.
Il secondo consiglio è di ascoltarvi. Anche quando ascoltarvi è difficile. Nulla è più mortificante per l'anima di ammettere di aver preso un percorso sbagliato, ma più si va avanti più è una china insormontabile. Siate razionali e non scappate di fronte alla prima difficoltà, ma se quello che fate vi fa stare male, vi fa avere crisi, vi fa saltare appelli su appelli... E' il caso di mettersi di fronte a una lista di pro e contro e decidere cosa fare. Non abbiate paura di cambiare percorso. Cambiare idea è normale, soprattutto se la scelta è stata fatta a 19 anni. Un sacco di persone che conosco hanno cambiato idea e mettere in atto questo cambiamento li ha resi più felici e soddisfatti.
Il terzo consiglio è, se cambiate, di non pensare a quello che avete fatto prima come qualcosa di sbagliato. Tutte le esperienze danno qualcosa, ci fanno crescere e maturare. Anche se non ho contiuato con il giapponese, averlo studiato mi ha aperto gli orizzonti, ha reso il mio approccio alle lingue migliore e più analitico. Ma soprattutto ha stimolato in me una profonda curiosità. Avessi fatto Lettere, forse, non avrei mai trovato la mia strada.

Ascoltatevi, comprendetevi e siate giusti e onesti con voi stessi.

10 commenti :

  1. Ciao,
    trovo questo genere di post sempre molto utili. Anche a chi come me l'università l'ha finita qualche anno fa. Quel cortile poi mi è familiare.

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  2. Bel post! Ci accomuna la scelta iniziale del giapponese e il successivo abbandono (tu in ambito universitario, io in ambito lavorativo), la scelta da me era tra cinese e giapponese come seconda lingua e molti scelsero la prima proprio per la "superficiale" (a mio avviso) ragione utiliratistica di "lingua del futuro"...Konnichiwa :)

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  3. Non posso che essere d'accordo con quanto racconti seppure il mio percorso sia totalmente diverso. Io ho finito da qualche settimana e ancora non ho capito se quella che ho fatto è stata la scelta giusta, ho scoperto cose nuove che mi hanno aperto letteralmente la testa e altre che ancora mi chiedo a che diavolo servano.

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  4. Che bel post! *_* La linguistica mi ha sempre affascinato, dal primo esame che ho sostenuto, ma non penso di essere così appassionata come invece lo sono nel tradurre le lingue che ho studiato (che è quello che faccio ora, vivaddio! :D ) Spero serva a tanti ragazzi e ragazze che sono indecisi sulla loro vita perché, concordo con te, cambiare strada non è per forza negativo. A volte è solo l'inizio di qualcosa di meraviglioso! ^___^

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  5. Come sempre, vai dritta al cuore. E' una dote saper esprimere quello che si ha dentro.
    Grazie :-)

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  6. Abbiamo avuto esperienze diverse, ma forse la sfiga è sempre la stessa. Io ho scelto un percorso che tutti sconsigliavano perché non dava sbocchi lavorativi, ma sin da piccola non sono mai riuscita a fare bene le cose che non mi piacevano, e anche se qualcosa di buono usciva fuori, era comunque frutto della mia infelicità. E questo non va bene, non per la mia salute.
    Quindi ho percorso la mia scelta con molta fluidità, laureandomi in tempo e con lode, studiando molto ma felice di farlo. Qualche dubbio si è insinuato, perché di relatori come il tuo della triennale è pieno il mondo, e anch'io non l'ho scampata (a me è capitato alla magistrale). Ma i miei anni universitari sono stati molto felici, densi e appaganti.
    Quello che è venuto dopo un po' meno. Sentirmi dire di tutto e di più dai parenti durante questi anni non bastava, subire la competizione di cugini più grandi di me di quasi 10 anni non era sufficiente, ora c'è anche la subdola paternale: "Te l'avevo detto che non lavoravi".
    Conosco persone iscritte a medicina perché convinte di fare soldi, col tirocinio pagato assicurato...e io vengo tacciata per un'idealista, mah.
    Mi chiedo che tipo di medici possano diventare, mi chiedo che tipo di persone siano coloro che studiano cose senza amarle, mi domando in che modo le studino e mi chiedo il valore delle parole di chi per valorizzarsi mortifica le altre facoltà pur non conoscendole, se non per il vago nome di "umanistiche".

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  7. Bellissimo post, un'esperienza come la tua è utile a tutti coloro che sono entrati nel mondo dell'università, prima o dopo. Io ho iniziato quest'anno, a Pavia come te, e sono felice della mia scelta! Mi spiace per i tuoi incidenti di metà percorso, ma ti hanno fatta crescere. Sono pur sempre esperienze :)

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  8. Perchè quando uno deve scegliere non gli fanno mai discorsi di questo genere? spero davvero il tuo post possa aiutare qualcuno!
    Anche a me piace la "struttura " delle lingue,mi trovo spesso a pormi i tuoi stessi perchè,ma è più una passione (non coltivata ahimè),penso che studiare qualcosa di scientifico mi avrebbe reso più felice e concludente.
    :)

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  9. Sono d'accordissimo, io ho scelto una laurea utilitarista (che non si e' neanche rivelata utile) e ho passato sei anni a studiare un srgomento che odiavo. Col senno di poi....

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  10. Ciao Takiko :)
    Sono la rompiscatole che studia lingue, che ogni tanto commenta sulla tua pagina Facebook.
    Ma stavolta non ho niente da dire di mio personale, perché questo tuo post l'ho passato a una persona a me molto, molto cara, che si trova in un momento di crisi universitaria.
    Non so esattamente come e quanto abbia influito, ma nonostante non abbia passato un esame, leggere che anche qualcun altro si è trovato nella sua stessa situazione di "finisco questa triennale per poi fare quello che voglio!" lo ha sollevato.
    Quindi ti ringrazio, dal profondo del mio e del suo cuore.
    :)

    (ps: l'esame che non ha passato è Linguistica Italiana XD)

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