19 agosto 2015

A Koala-tea post. Davvero.

Ieri ho preso la mia prima multa.
Alla vigilia della prima decade con una patente nel portafogli, la prima multa per eccesso di velocità. Al di là della gabella da pagare, ho trovato il fatto quasi mistico.
La storia di per sé non è particolarmente diverte (andavo ai 70 km/h) e non ha interessanti retroscena, a parte il postino sfasato che pensava fossi minorenne e i miei genitori che mi hanno riso dietro per l'intera giornata.


Quello che mi ha colpito è la stata la mia prima reazione - panico a parte - alla vista di quel foglietto verde: ma davvero? Una sorta di rivelazione: allora può capitare di prendere una multa, succede, può succedere.
Non è ingenuità, non è nemmeno ignoranza del mondo. Piuttosto è quel senso di "tanto va sempre bene" che ti inculcano dieci anni di vita in cui ti è capitato di andare oltre i limiti di velocità (mai grave, ovviamente), ma senza mai vedere un foglietto verde recapitato a casa. Quando poi succede, ti si apre un mondo.

La sera stessa scherzo con mia madre sul sistema da me trovato per riuscire a dormire quando la persona accanto a me nel letto russa. Prendo lo smartphone, le cuffie, una playlist di rumori stile pioggia e cascate, e addormentarmi così.
Mia madre, che anni fa vide la puntata su Report dedicata alla questione frequenze degli smartphone eccetera e che vive un po' di paranoie, ha subito puntualizzato sull'uso dello smartphone anche di notte per tutto il tempo attaccato al cervello. La mia battuta: a sessant'anni verrò studiata, mi metteranno degli elettrodi nel cervello.
Era una battuta, ho anche riso mentre lo dicevo. Mamma non tanto.
Vado a letto e prima di mettermi a dormire leggo l'ultimo stato personale di una collega (la mente dietro a una pagina - e il fenomeno attiguo - molto famosa su Facebook). In una lunga e dettagliata testimonianza, scrive come dall'oggi al domani abbia scoperto di avere un tumore al cervello. Così, con la stessa velocità, la stessa forza e la stessa sensazione di smarrimento di un temporale in un pomeriggio di agosto, con il sole che splendeva fino a pochi minuti prima.
Improvvisamente mi è tornata in mente l'immagine di me, sei anni fa, in un lettino del pronto soccorso, di notte, ad attendere che mi dicessero cosa avessi. Con la parte sinistra del corpo che mi faceva male da impazzire, senza riuscire a respirare, mezza svestita. Guardavo le lampade accese sopra di me, e pensavo, pensavo pensavo. Se ora tornano e mi dicono che c'è qualcosa che non va, cosa faccio? Se mi dicono che c'è qualcosa che non va, io come vado avanti? Dove trovo la forza?
Quella volta il medico era uscito dalla stanza dicendo che secondo loro non c'era niente di serio, ma che dovevano fare accertamenti. I miei pensieri erano paranoici, ma comunque controllati. Quel panico però era sincero, era vero. Non mi ero mai trovata così vicino al dubbio e al terrore. 
Il finale positivo della mia vicenda (colpo della strega, di quelli brutti, ci credereste?) aveva archiviato l'intera esperienza, i pensieri, le paure, quei momenti di attesa strazianti da sola a guardare la lampada accesa sopra di me. 
Quello che era rimasto era l'aneddoto da raccontare, l'esperienza da portare. Nulla di più. Tanto che si è tornati alle battute, quelle che esorcizzano la paura soprattutto quando pensi che la paura stia a chilometri di distanza da te.

Un po' come la multa. Finché non ce l'hai davanti, verde e incollata male, non ti rendi conto che puoi davvero essere punito quando superi i limiti di velocità. 
Può succede, davvero. Capita, davvero. Davvero.
Può capitare anche a me, davvero.

Sono andata a dormire con l'ansia. Per fortuna non ho dovuto scomodare lo smartphone per i rumori della pioggia per provare a rilassarmi, un bel temporale estivo ha risolto ogni imbarazzo. 
La consapevolezza che tutto cambia, che tutto può cambiare in un solo secondo, è mitigata dal passare degli anni e da giorni sempre uguali, uno dietro l'altro. Ti cullano fino a pensare che alla fine la vita è tutta lì, che la puoi prevedere. Che domani ti alzerai alla stessa ora e farai colazione mangiando le stesse cose.
Non è così, ovviamente. Ogni tanto, se le conseguenze non sono disastrose, fa persino bene ricordarlo e cercare di farne tesoro.


Un enorme cuore a Selene. Spero che tutto vada nel miglior modo possibile.

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