20 settembre 2015

Sunday love #23 - Alessandra

Flying like a cannonball, falling to the earth 
Heavy as a feather when, you hit the dirt 
How am I the lucky one?, 
I do not deserve 
To wait around forever when, you were there first 
First you get hurt, then you feel sorry

La sensazione è quella di essere sopravvissuta.
Se penso al cambiamento che la mia vita ha attraversato nel passaggio dallo scorso anno a quest'anno, la sensazione è quella di essere sopravvissuta.
Sopravvivere presuppone che tutto sommato te la sei cavata, ma quella che hai attraversato non era vera vita, era una pausa di lotta costante. Una pausa in cui non ti sei impegnata abbastanza per trasformare la sopravvivenza in esistenza e l'esistenza in vita.


Non pensavo che sarei stata la classica persona da "mi butto sul lavoro", ma l'ho fatto. Ho raccolto molto da questa scelta, ma sono cauta. So che il lavoro non è una garanzia, soprattutto per chi fa il mio mestiere, e un giorno quello che ti donava gioia potrebbe diventare quello che non ti fa dormire la notte dal terrore. O più semplicemente, sono una persona razionale e so che investire le proprie speranze e aspettative su una sola cosa è fallimentare, qualsiasi cosa sia quella cosa.



La realtà è che non ci ho provato veramente. Mi sono lasciata trascinare dalla corrente, dai giorni che passavano uno dietro l'altro in attesa. Il mio menefreghista ottimismo ama crogiolarsi nelle attese di qualcosa che non verrà mai. Se non cerchi un cambiamento, non avrai cambiamento. Alla fine della giornata, la coperta è troppo morbida e rinunciarci è difficile.
Sono terrorizzata, ma so che questo viaggio cade nel momento giusto. Nel momento della saturazione, quel momento in cui sento che così non posso continuare perché la troppa sopravvivenza stanca e l'unico risultato è mollare la presa e lasciarsi trascinare con ancora più veemenza. Nel momento in cui ho bisogno di un cambiamento ma sono ancora troppo terrorizzata dal cercarlo volontariamente.
So bene che quando tornerò, mi attenderà il solito vuoto da colmare. Che molto potrebbe essere cambiato, ma sostanzialmente nulla sarà davvero diverso.
Quello che spero è che - nel frattempo - io sia cambiata. Che quei tre mesi dall'altra parte del mondo abbiano reso me, Alessandra, una persona nuova. Che questa persona sappia costruire qualcosa.



Devo combattere un bel muro di sfiducia. Devo combattere quella sensazione che la gente non meriti nemmeno lo sforzo, perché non è vero. Devo guarire la ferita che ti procura l'amico che ti dice che sarà sempre vicino a te, ma poi scompare. Devo guarire la ferita causata dall'incapacità di comunicare perché dall'altra parte c'è solo un narcisistico vittimismo, che tutto assolve. La verità è che agli altri non piace chiarire, gli altri vogliono solo che chiedi scusa in ginocchio e poi che tutto torni come prima, o a scelta, che te ne vai a fanculo. Ancora, gli altri vogliono che sia sempre tu a fare la prima mossa: che si tratti di litigare quando le cose non stanno più in piedi, che si tratti di chiarire quando è da mesi che si fatica a comunicare. Piuttosto lascerebbero volentieri andare tutto alle ortiche. 


Ma soprattutto devo combattere me stessa. Perché ho visto parole, azioni, gesti da parte mia che non mi sono piaciuti. Pensieri che non erano miei, che avevo lasciato scivolare perché mi davano una amara soddisfazione. Come quella che provi - e poi te ne penti - quando vedi l'amico che vince sempre soffrire anche lui per una volta.

Bisogna ripartire. Bisogna partire.

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