20 maggio 2016

Lei

"Quando è il tuo compleanno?"
"Il 10 luglio, nonna."
"Giusto."


Per onore di cronaca, queste non sono state le ultime parole che ci siamo dette, ma sono quelle che più mi tormentano. Ce ne siamo dette altre, di parole. Ma ogni espressione, ogni sguardo, ogni scambio per me era ancora pieno di sciocca ostinata convinzione, che non sarebbero state le ultime.

Sera dopo sera, la mia insonnia peggiora. Sera dopo sera, le domande diventano più forti invece di diventare più flebili.
Te ne stavi rendendo conto? 
Mentre mi chiedevi quando era il mio compleanno, già lo sapevi che non avresti visto quel giorno?

Fin da quando ero bambina, per me lei, la morte, era un'ossessione. Di quelle che non ti lasciano dormire la notte, forse perché in cuor tuo sai che morire è come addormentarsi e ogni volta che chiudi gli occhi, la vera domanda è se li riaprirai. 
Tutti abbiamo una data di scadenza, la vera differenza è che alcuni - i più sfortunati - quella data la conoscono. I più fortunati non la conoscono e possono persino fare finta che non esista, almeno per un po'. Almeno fino a quando lei non si palesa e inizia a prendere, a prendere, a prendere. E allora è come svegliarsi da un letargo, accorgersi che accade sul serio, che succede davvero, che le persone muoiono veramente.

Te ne sei andata che era la tua ora. È un lusso che non viene concesso a tutti. Sarebbe inumano non provare sofferenza, ma dopo quasi due mesi sono scesa a patti con il fatto che era la tua ora e non c'era niente che potevamo fare. Quello che rimane, dopo il dolore, è il vuoto.
Quello che non mi fa dormire la notte, quello che mi fa chiedere come sia possibile: sapere che un momento eri lì, che parlavi con me, che dicevi al medico quali erano le tue medicine, e il momento dopo non c'eri più. Al tuo posto, il tuo corpo. Un involucro. Tu non c'eri più. Dove sei andata? Dove sei ora? 
Dopo cremazione, non esiste nemmeno più una traccia di te, se non nella mia mente.

Nell'ultima canzone del musical, Eliza dice al pubblico che non vede l'ora di rivedere Hamilton, suo marito ormai morto da anni, e che ormai è "a matter of time", perché anche lei sta per morire. Mentre l'ascoltavo ho pensato quanto fosse consolatorio quel pensiero: credere che ci sarà ancora una occasione di incontrarsi, di vedersi, di parlarsi, di abbracciarsi. Di chiarirsi. Come l'ultima sigaretta di Zeno che non era mai davvero l'ultima, la morte semplicemente posticipa, non è veramente la conclusione. Ci sarà un'altra occasione. In cuor tuo, sai che ci sarà un'altra sigaretta, e ti fumi l'ultima più sereno.
Però lo sai. Io sono atea. Io lo so, in cuor mio, che non ti vedrò mai più. Mai più. E non c'è niente che terrorizzi di più della parola "mai". 

Io la tua voce ce l'ho ancora nella mia mente. Mi risuona mentre parli con Aki. Mi risuona mentre mi chiedi un bacio prima di andare via. Mi risuona costantemente nella mente.
Dov'è la tua voce ora? Tra cinque anni, ricorderò ancora la tua voce?

Io non so come si fa, nonna. Non so come si fa a superare un lutto. Come si fa a rassegnarci all'assenza ormai definitiva di una persona? Come si fa a tornare ad addormentarsi senza sentirsi in colpa di averti dimenticato anche solo per un secondo? Come si fa a tornare a vivere senza sentirsi in colpa per il fatto che tu vivi? Come si fa a tornare a vivere pensando che questa non è l'ultima volta. Che tu non sei l'ultimo lutto della mia vita. 

Ho paura, nonna. Ogni volta che mi addormento ho paura. Ogni volta che tocco il cuscino con la testa, lei mi fa paura. Tu avevi paura? Come si fa a mandarla via?

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